IL BAMBINO DI SCHINDLER
Leon Leyson, con Marylin J. Harran ed Elisabeth B. Leyson
Mondadori, 2014

Per venti anni Leon Leyson si è chiamato Leib Lejzon e per quarant’anni ha praticamente taciuto il suo nome originario come la sua storia. Nato nel 1929 in un villaggio di campagna nel nordest della Polonia, arrivato a otto anni a Cracovia – dove il padre lavorava da un po’ di tempo – con in testa tutte le avventure che una grande città avrebbe potuto riservargli, conosce dopo un anno appena la durezza della guerra, viene rinchiuso nel ghetto con la sua famiglia e vive l’orrore del campo di Plaszów.

La fortuna sua e di parte della sua famiglia sta nell’essere assunti uno dopo l’altro da Oskar Schindler, alle cui dipendenze già il padre lavorava. Leon diventa il più giovane degli operai che il ricco industriale nazista protegge nella sua fabbrica, ottenendo di poter costruire un campo apposito dove trasferire operai ebrei e produzione in Cecoslovacchia. Così Il bambino, i suoi genitori, un fratello e una sorella si salvano e nel 1993, quando Spielberg consacra quella storia sullo schermo nel film “Schindler’s List”, viene alla ribalta anche la storia di Leon, che – trasferitosi in California nel 1949 insieme ai genitori, diventato insegnante – fino ad allora non ha raccontato nulla se non alla moglie e ai figli già adulti. Da quel momento comincia a raccontare e a testimoniare la sua esperienza in pubblico, in particolare nelle scuole, seguendo la medesima traccia che il libro ripropone, raccogliendone il racconto in prima persona.

Io oggi ho incontrato Leon Leyson. L’ho incontrato nonostante lui sia morto un anno fa. L’ho incontrato nel suo modo di raccontare, così semplice e sincero da catturarti come se ce l’avessi davanti, cosa che ne fa (grazie anche al buon lavoro di traduzione) un testo perfetto per la lettura ad alta voce. Perché queste pagine raccontano dal vivo e raccontano la storia di chi le ha vissute, partendo dall’infanzia, restituendo modi di vivere e sfumature di un’epoca lontana, osservando dalla prima fila la discesa agli inferi degli ebrei polacchi. Chi legge prende rischi col protagonista; piange il fratello di cui non si hanno notizie e quello messo a forza su un treno; sta in bilico su una cassetta per poter arrivare ai comandi della macchina alla fabbrica; esce dalla fila per gridare e farsi portare in salvo; incrocia gli occhi di Oskar Schindler, apprezza il suo modo di ascoltare.

Leyson non lesina nulla all’uomo che lo ha salvato; non nega le contraddizioni della sua figura come non nasconde le terribili atrocità di cui è stato testimone e il dolore che non ha più lasciato la sua famiglia. Insieme racconta i modi di resistere, nel ghetto e nei campi, nei rifugi e nelle fughe: mantenendo un minimo di normalità; facendo scuola di nascosto; allestendo commedie; innamorandosi; imparando ad andare in bicicletta; rispettando l’orario dei pasti anche se di cibo non c’era traccia. E mantenendo il proprio nome: Schindler aveva, ricorda l’autore, la capacità di ricordare il nome di ogni ebreo della sua fabbrica; li chiamava per nome mantenendo vivi la loro umanità e il rispetto per le loro persone, portandoli fino alla libertà.

Età di lettura consigliata: dai 10 anni

Recensione a cura di Caterina Ramonda, tratta dal blog Le letture di biblioragazzi.